Un altro genere di ricerca universitaria

È ancora presto per tirare le somme sul corso di Psicologia degli Ambienti Digitali, considerando quanto ancora resta da fare a me e tutta la classe, impegnata più che mai nella produzione di approfondimenti e ricerche sui temi che abbiamo selezionato. Ma una considerazione su un punto, in questi giorni, credo proprio di doverla fare.

Sin dall’inizio, le attività assegnate settimanalmente sono state condivise con tuttə coloro che fossero interessatə, in linea con l’idea che l’università (pubblica) non potesse trincerarsi dietro i confini (privati) dei vari Microsoft Teams e affini. La partecipazione è stata alta, raggiungendo una media di 250 risposte per ciascuna delle survey pubblicate. Gli ultimi sondaggi e questionari proposti (qui trovate i due attualmente aperti, quello dedicato al sexting e quello incentrato sulla Fear Of Missing Out – FOMO) sono stati però anche l’occasione per osservare qualcosa di nuovo: nella sezione anagrafica, alla domanda sul genere, una percentuale di circa il 3-4% di chi ha partecipato, ha scelto l’opzione I/T. Intersessualità e transessualità, un’abbreviazione comoda per riferirsi al genere che sfugge alla falsa dicotomia del binario.

Da questo 3-4%, qualcunə ha pensato di scrivermi per ringraziarmi di aver incluso questa opzione. E questo non è giusto, non va bene. Per cosa dovrei essere ringraziato, esattamente? Per aver inserito nella nostra ricerca una variabile che non fa altro che guardare la realtà per ciò che è? Mi spiace, ma non c’è nulla di cui essere gratə, in tutto ciò.

La differenza sostanziale tra la mia disciplina, la psicologia, e le altre scienze umane, è che essa studia l’individuo come organismo psicofisico nelle sue manifestazioni comportamentali, cognitive ed emotive, in relazione con i contesti ambientali di riferimento. Ecco, già per troppo tempo questo “individuo” medio non è stato altro che il maschio bianco occidentale ed eterosessuale (e tendenzialmente alto-borghese). Come sa bene chi conosce la storia della disciplina, sono state molte le battaglie condotte per superare questo “privilegio epistemico” (meglio – pregiudizio epistemico): lo raccontano le voci di Frantz Fanon, di Mary Whiton Calkins, di Mamie Phipps e Kenneth Clark, Alfred Kinsey, William Masters e Virginia Johnson, tra le altre. E lo raccontano non solo per vendicare i bias razzisti, sessisti e omofobi che hanno infestato le scienze della mete troppo a lungo: lo fanno perché questo non si ripeta più.

Oggi che, come mai, dobbiamo lottare contro l’omobitransfobia per seppellirla nell’immondezzaio della storia, non ci sono motivi per ringraziare me o il gruppo di #psicodigitale per un’azione che dovrebbe essere ovvia, a meno di non voler essere anacronistici e fuori dal mondo. Piuttosto, incazzatevi ogni volta che quella dicitura I/T ( o qualsiasi altra forma che rappresenti il concetto) risulterà assente da un questionario, da un sondaggio, da un corso o un progetto di ricerca. Non siamo noi ad aver fatto “qualcosa di buono”: è chi non lo fa che si rende complice di un sistema odioso e opprimente, oltre a tradire la missione stessa della scienza. Che è ancora – giuro – quella di guardare al mondo per descriverlo e comprenderlo, in tutta l’ampia gamma dei colori attraverso cui si manifesta.

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