Il Discorso del Ministro della Disabilità

Dunque: c’è un piccolo saggio di Oliver Sacks, pubblicato nel 1985 con il titolo The President’s Speech (“Il discorso del Presidente”, in italiano inserito in una delle raccolte pubblicate da Adelphi, non ricordo esattamente se Un antropologo su Marte o L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello). In esso, Sacks racconta di un gruppo di pazienti con afasia fluente – un disturbo del linguaggio che impedisce di comprendere e produrre una comunicazione verbale coerente e organizzata dal punto di vista semantico – intenti a sganasciarsi dalle risate davanti al televisore. L’occasione di tanta ilarità era il discorso presidenziale di qualcuno che, pur rimanendo anonimo nel testo, è facile identificare come Ronald Reagan; la causa, invece, risiedeva nella ricezione “onesta” che quei soggetti afasici si trovavano a esperire. Infatti, non potendo comprendere le parole del discorso (e dunque non potendo cadere nelle fascinazioni retoriche), restava a essi la sola possibilità di leggere ciò che di non verbale stava al fondo del discorso di Reagan. E di qualunque cosa si trattasse, era evidentemente sufficiente per rivelare loro tutta la comicità di una finzione.

Quando l’altra sera ho letto la lista dei ministeri voluti dal governo Draghi, e ho appreso dell’istituzione di un Ministero della Disabilità assegnato a Erika Stefani della Lega Nord, ho pensato per libera associazione a questo breve racconto, che vi consiglio di cuore (come tutte le opere del compianto Oliver Sacks, d’altronde). Poi però, osservando sui social la polarizzazione del dibattito in merito, tra chi esultava (tutte persone che non hanno nulla a che fare con questa questione) e chi lamentava accoratamente la propria preoccupata indignazione (cioè tuttə le mie amiche e amici disabili, i mie/i utenti, le loro famiglie, studentesse e studenti dei miei corsi, colleghə di ogni. sorta), ho pensato che ci fosse ben poco da ridere, seppur amaramente. Era piuttosto il caso di fare il punto e metterlo nero su bianco, non fosse che per l’importanza di contribuire a un dibattito che ha a che fare con una partita troppo importante: la tutela dei diritti di chi è più fragile nel momento in cui il paese è più fragile. E nello specifico, i punti sono due.

Primo: l’istituzione di un Ministero per la Disabilità rappresenta, già di per sé, una nota stonata rispetto alla prospettiva scientifica e culturale attraverso cui oggi il mondo occidentale pensa la disabilità. La storia delle classificazioni, delle teorie, dei modelli e delle pratiche racconta da quarant’anni una battaglia e un cammino che hanno avuto (e hanno ancora) un unico obiettivo: l’inclusione. Non la “cura”, non l’”emendazione”, non la “correzione” e tantomeno la presunta e subdola “integrazione”: solo la sacrosanta inclusione, che è garanzia dell’aver compreso il presupposto epistemologico secondo cui, di fronte alla disabilità, deve esserci rispetto, presa di prospettiva, uguaglianza nella specificità. Che si traduce (o dovrebbe tradursi: è questo che si insegna a futurə docenti, educatori ed educatrici, al personale medico in tutte le università) in una presa in carico delle esigenze delle disabilità all’interno di un quadro unico e condiviso di organizzazione della società. E invece, ancora una volta, la disabilità viene trattata in maniera “speciale” – nel senso di “diversa”, di “separata” dalla vita ordinaria di una cittadinanza – con l’istituzione di un ministero ad hoc (e senza portafoglio, tanto per aggiungere al danno la beffa).

Secondo: è lecito chiedersi per quale motivo, con quale criterio si è scelto di mettere alla guida di questo ministero un’esponente del partito più retrogrado, razzista e abilista presente nel panorama nazionale (in buona compagnia con almeno un’altra formazione politica, che in questi giorni sta montessorianamente travasando l’elettorato dell’altro partito nel proprio contenitore: ma questa è un’altra storia). Porsi questo dubbio non è una questione di principio, badate bene: è una questione scientifica. Chiunque abbia a che fare con la disabilità sa che oggi, la lente attraverso cui si guarda a essa è quella sintetizzata dall’International Classification of Functioning (ICF) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Uno strumento di classificazione e comunicazione che si sostiene su di un assioma fondamentale: ogni individualità umana ha le sue specificità, ed è guardando alle funzionalità piuttosto che ai presunti “deficit” che possiamo avere un quadro utile a permettere a ciascunə un’armoniosa inclusione nella società. Permettetemi di sottolinearlo: a ciascunə. Perché il progetto di una reale inclusione, per sua stessa natura, riguarda ognunə di noi e non solo qualche categoria “speciale”. Il motivo per cui il modello ICF è utilizzato anche per prendere in carico soggetti con Disturbi Specifici dell’Apprendimento, Bisogni Educativi Speciali, appartenenti a minoranze linguistiche o a particolari condizioni socio-economiche di svantaggio (rifugiatə, richiedenti asilo, vittime della guerra e del terrorismo…) è perché è ben chiaro a chi sa di cosa si parla che l’inclusione, o si raggiunge tuttə o non la raggiunge nessunə. Dunque, esattamente, come si conciliano tutela della disabilità e responsabilità politica per centinaia di morti in mare? Parafrasando i cori della peggior tifoseria di questo paese, ci saranno disabili italiani e non italiani? Le politiche di inclusione varranno per tuttə, o le persone con disabilità dal colore della pelle diverso dall’ideale leghista, o magari soltando immigrati di seconda generazione ne saranno escluse?

È un discorso poco comico, quello che ruota intorno al Ministero della Disabilità, anche se rivela qualcosa di importante rispetto agli scopi reali e ai reali interessi di questo governo. Ma è un discorso che, come ebbe ad accorgersi anche Sacks negli anni Ottanta del secolo scorso, si può comprendere a fondo, solo se si fa attenzione alle parole di chi la disabilità la vive, la conosce, la rispetta. E forse ora più che mai c’è bisogno di ascoltarle, per non perdere decenni di lotte e di conquiste in nome della propaganda pietistica di certi sciacalli.

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